Strepitosi Ludovic Tézier e Marina Rebeka
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La vicenda biblica di «Nabucco» notoriamente venne assunta come metafora delle istanze e delle lotte risorgimentali, ma nella sua lettura registica Andreas Homoki, pur cripticamente, va oltre proponendo un conflitto tra popoli oppressi o sottoposti a poteri oppressori o dominanti o meglio ancora tra classi al declino e classi emergenti in un processo storico inarrestabile.
In scena al Teatro di San Carlo dal 18 gennaio, il capolavoro verdiano su libretto di Solera è una produzione Opernhaus Zürich.
Durante la Sinfonia il regista mostra le figlie di Nabucco bambine,Fenena e Abigaille, che si rivelano “sorellastre diverse” nell’amore filiale.
Homoki costruisce il quadrilatero Famiglia-Popoli-Poteri-Religioni.
Il solido generato dal quadrilatero è un enorme parallelepipedo di marmo verde che muovendosi rivela che la società, le classi dominanti sono soggette ad avvicendamenti, rivoluzioni.
Popolo ebreo come quello italiano sotto la dominazione di austriaci, che Homoki assimila agli assiri.
Sotto le luci di Franck Evin, le scene in rapida mutazione, sono di Wolfgang Gussmann, che ha curato anche i costumi stile Ottocento, con Susana Mendoza.
Il personaggio di Nabucco, di cui Tézier è interprete da antologia, è in questa lettura espressione, forse troppo ottimistica, della possibilità di ravvedimento persino di un oppressore.
«Se non dessimo all’essere umano la possibilità di abbandonare una scelta per abbracciarne un’altra, soprattutto se in direzione di pace e di fratellanza, dovremmo davvero preoccuparci molto – spiega Tézier e il suo intenso «Dio di Giuda» esemplifica – Nabucco patisce un grande dolore, una ferita nel seno della sua stessa famiglia e viene illuminato per il cambiamento».
Il belcantismo rimanda ad una cifra musicale che ha il sapore più della Restaurazione, che del tramonto dell’aristocrazia e del politeismo che ne è rappresentazione, ma il primo Verdi guarda a Donizetti e a Bellini e la conduzione ordinata o poco più di Riccardo Frizza è quanto vuol rivelare con opzione rassicurante.
L’orchestra sembra gradire la conduzione a basso rischio e asseconda.
I levare sono spesso slargati, la concertazione indebolisce le “cadenze d’inganno” rilevando poco le sezioni gravi deputate alla fondamentale dell’accordo.
Altro protagonismo è quello del Coro diretto da Fabrizio Cassi; consapevole della funzione drammaturgica riservatale, la compagine corale la assume con sufficiente qualità anche in considerazione di tempi a volte dilatati, di terzine orchestrali poco udibili dal palco e di corone chiuse tardivamente dal podio secondo criteri “spirometrici”.
E non c’è solo «Va pensiero», ma forse ancor più «Immenso Jeovha».
Marina Rebeka era al debutto nel ruolo di Abigaille, e l’attesa per affrontarlo ripaga lo splendido soprano lèttone con una centratura del personaggio nella psicologia e nella vocalità, con severità che non è mai durezza, volume, che non è mai emissione spinta. Applausi
In «Nabucco» il tenore non ha una parte di rilievo, tuttavia l’Ismaele di Piero Pretti sa essere buon catalizzatore dei complessi processi psico-politici narrati.
Fenena è motrice di conversione e di progresso, senza smarrire il rapporto filiale: Cassandre Berthon sa rendere con intelligenza e buona vocalità.
Michele Pertusi è un basso dalla duttilità strabiliante e solo le monumentali interpretazioni di ruoli seri come Zaccaria, possono far collocare, temporaneamente, nel dimenticatoio i grandi ruoli comici interpretati dall’artista parmense, che nella circostanza è parso stanco sugli acuti nella doppia cabaletta del primo atto in una scena da Pellizza da Volpedo, che però sarebbe nato più di vent’anni dopo la prima dell’opera verdiana.
La folgorante qualità dei protagonisti spinge tutto il cast a dare il meglio; accade a Lorenzo Mazzucchelli, Francesco Domenico Doto e Caterina Marchesini rispettivamente Il gran Sacerdote, Abdallo e Anna.
Dieci minuti di applausi per tutti, incluse le due bambine, qualche dissenso per il regista e ovazioni per Marina Rebeka e soprattutto per l’immenso Tézier. (Dario Ascoli)




