È una sera di aprile del 2015. L’avviso di messaggio compare all’improvviso mentre sto guardando un film. L’aereo viaggia a 12 mila metri di quota, sopra l’Oceano Atlantico, con destinazione l’Europa. Intorno, in cabina, è buio. Le persone stanno quasi tutte dormendo: buona parte dei voli dagli Usa verso il Vecchio Continente decolla dal tardo pomeriggio in avanti, così da atterrare all’alba. Il personale di cabina non si fa vedere da diverso tempo. «Ciao, che fai?», si legge nel messaggio sul monitor dell’intrattenimento di bordo.
A scrivere è «A», di cui non si conosce nulla, se non che è un passeggero a bordo e che è seduto al posto 45K: siamo entrambi in classe Economy, ma in mezzo a noi ci sono i bagni, qualche parete e l’angolo cucina. «Sto guardando un film. Chi sei?», rispondo. «Ti ho visto prima, sei molto bello», replica. La lingua utilizzata, l’inglese, all’inizio non aiuta a notare subito lo scambio di genere e di persona. «Sono quello che al gate ti ha fatto ridere quando ho detto che alle donne belle come te andrebbe dato un upgrade gratuito in Business — prosegue, chiarendo lo scambio di persona —. Mi chiedevo se ti andava di vederci nel bagno a metà aereo: non guarda nessuno; se vuoi ti dico anche come aprire la porta da fuori, anche se è chiusa».




