Perché ci riduciamo sempre all’ultimo momento?
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Per motivi di lavoro passo almeno un paio di volte alla settimana accanto all’Arena di Santa Giulia e a un mese dalle prime partite dei tornei olimpici di hockey su ghiaccio, posso testimoniare che l’esterno del grande nuovo Palazzo dello Sport è ancora in fase di lavorazione e non propriamente ai dettagli. Non ho dubbi che per la prima partita del torneo femminile in programma lì Italia-Francia del 5 febbraio, tutto sarà concluso e probabilmente anche infiocchettato.Però questa abitudine di viaggiare sul filo del rasoio, arrivando al traguardo in tempo appena utile, è la più radicata delle consuetudini italiane. Ho un ricordo all’epoca esilarante ma a ben pensarci, istruttivo, della vigilia della prima partita dell’Italia ai Mondiali del 90, in un Olimpico ristrutturato di fresco. E la parola non è scelta a caso. Eravamo lì a seguire l’allenamento degli azzurri quando un collega, appoggiandosi a un muro della zona riservata alla stampa, cominciò a sacramentare perché la sua sgargiante giacca rossa s’era irrimediabilmente sporcata di vernice bianca.A ventiquattr’ore dal primo match c’erano settori dello stadio appena imbiancati e forse per evitare imbarazzi, non era stato apposto il solito avviso vernice fresca. Una foto maliziosa avrebbe fatto il giro del mondo. Perché ci riduciamo sempre all’ultimo momento? I motivi sono diversi e non tutti negativi come si potrebbe pensare.




