Suicidio assistito, il figlio di Sibilla Barbieri

di solobuonumore

Suicidio assistito, il figlio di Sibilla Barbieri

Rischia fino a 12 anni di carcere per aver aiutato la madre, l’attrice Sibilla Barbieri, ad accedere al suicidio medicalmente assistito. Vittorio Parpaglioni è uno dei tanti disobbedienti civili che commettono quello che è a tutti gli effetti un reato nel nostro Paese, per spirito di ribellione e soprattutto per amore. Qualche giorno fa era ospite del Forum studentesco della Scuola Normale di Pisa, per un incontro sulla legalizzazione dell’eutanasia e sull’autodeterminazione, insieme a Marco Cappato e Matteo Mainardi per l’associazione Luca Coscioni.

“Mia madre ha deciso di voler ricorrere al suicidio assistito nel momento in cui le hanno detto che aveva meno di 3 mesi di tempo – ricorda Vittorio raccontando la sua esperienza – Inizialmente la scelta ci ha fatto riflettere molto, nonostante avessimo bene in mente cosa significasse. Una volta compresa la decisione io ho scelto di accompagnarla sia come figlio che come disobbediente civile. Siamo partiti per la Svizzera e una volta arrivati lì la situazione era chiara”.

“Arrivati in Svizzera lei non riusciva più nemmeno a parlare, il 31 ottobre ha soddisfatto il suo diritto in un altro Paese – dice il figlio – Tornato a Roma mi sono autodenunciato ai carabinieri. Non abbiamo ancora notizie rispetto al tribunale, ma sappiamo che la legge prevede una pena dai 5 ai 12 anni. Una legge degli anni ‘30, quella che prevede l’istigazione e aiuto al suicidi. Non è mai stata modificata, nonostante la nostra Costituzione preveda il diritto all’autodeterminazione. Ad oggi, tra l’altro, nessuna parola da parte del governo, né riflessione sul tema in Parlamento”.

E alla domanda: cos’è la disobbedienza per te, Vittorio Parpaglioni ha dato una risposta che smuove le coscienze o almeno dovrebbe: “Disobbedire per me significa evolversi, permettere alla società uno step superiore. È attraverso la disobbedienza che la società può cambiare, questo l’ho capito dopo. All’inizio era una motivazione puramente di amore. È una delle poche forme non violente di rivoluzione”.

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